Adù


Adù ha 6 anni, una sorella coraggiosa, una bicicletta arcobaleno. Non ha la maglietta di Ronaldo, ma con la vernice si scrive nome e numero sulla nuda schiena quando gioca per strada al villaggio.
Adù vive in Camerun ed è il protagonista di questo bel film prodotto da Netflix e diretto dallo spagnolo Salvador Calvo con la sceneggiatura di Alejandro Hernandez.
Il film è ispirato e dedicato dal regista a "milioni di storie vere", di cui racconta quella di Adù, che si appresta, insieme alla sorella e dopo l'uccisione della madre, a vivere un viaggio devastante per raggiungere le porte dell'Europa, in una pellicola emozionante e spesso brutale che si srotola su tre binari, intrecciando le storie di altri due personaggi.

Quella di Gonzalo, attivista ombroso e disilluso in una riserva che protegge gli elefanti dal bracconaggio, e del suo rapporto difficile con la figlia diciottenne Sandra  in visita dalla Spagna.
Quella di Mateo, giovane agente della Guardia Civil all'opera a Melilla, città autonoma spagnola sulla costa del Marocco, dove un gruppo di rifugiati tenta disperatamente di scavalcare la recinzione ed uno di loro viene ucciso per errore da un agente, aprendo il dilemma se confessare o meno l'accaduto.

Molte storie, molta carne al fuoco. Ma ciò che colpisce di questo film è innanzitutto proprio la capacità di giocare, con buon ritmo e in modo accattivante, su filoni narrativi diversi, un po' come avviene in buona parte delle serie.
E proprio delle serie, il film sembra ricalcare anche la fotografia corposa dai colori caldi e accesi, i continui primi piani dei personaggi ad alto impatto emotivo, i dialoghi essenziali, se non stringati, che vanno dritti al punto.
Si percepiscono insomma alcune caratteristiche del prodotto "Netflix" capaci di rendere immediatamente fruibile e più "mainstream" una pellicola che tocca temi importanti e tutt'altro che leggeri.

Infatti la storia procede e le questioni aperte del tema migratorio vengono abilmente snocciolate lungo la rotta dei personaggi : le ragioni che spingono Adù a scappare, la mancanza di un canale regolare per raggiungere l'Europa, le tappe della rotta migratoria con i suoi tragici mezzi di trasporto, la costruzione di muri e l'inadeguatezza dei centri di accoglienza.
"Se fossi morto, che cosa avresti fatto?" chiede Adu alla sorella Alika. "Avrei continuato" risponde lei.  

C'è davvero tutto, compreso il rischio di sfruttamento sessuale, che Adù affronterà con l'aiuto di Massar, ragazzo somalo in fuga che diventerà compagno di viaggio, guida, amico del bambino.

E da ultimo, nella vicenda di Gonzalo, i più attenti scoveranno anche il tema di un certo rapporto degli attivisti europei con i paesi africani, la differenza che può generare incomprensioni. "Non possiamo tagliare per il bosco, quella zona è sacra" dice il collega camerunense alla richiesta di Gonzalo mentre corrono a soccorrere, senza successo, un elefante in pericolo. "Non daremo la carne dell'elefante ucciso alla popolazione, questo non è un mercato" dice più tardi Gonzalo alla proposta del collega, affermando la sacralità dell'animale protetto. 

Il regista non ha esitazioni a spingere sul pedale dell'emotività, ma lo fa anche regalando immagini suggestive (come la veduta dall'alto di Mbouma, con le case e le imbarcazioni sull'acqua) e con scene ed immagini che rimangono nella mente: l'assalto notturno disperato dei migranti alla recinzione del centro di Melilla; Adù e Massar bloccati e distesi su una spiaggia bianca a scrutare le nuvole fra cui passa un aereo.
E poi quello su cui Adù e Alika salgono e "viaggiano" nascondendosi nel carrello delle ruote, dove ha luogo la scena più drammatica e alienante di tutto il film, davvero difficile da dimenticare.

Infine, nell'incontro finale dei personaggi, esito di un viaggio in direzioni opposte, le tre storie si toccano.
Ma restando irrisolte, lasciando un senso di incompiuto, di incastri che non chiudono bene. Sandra inizierà a risolvere problemi di dipendenza e rapporto col padre, ma senza comprendere l'amore di Gonzalo per l'Africa.
Attraverso l'incontro con Adù, l'agente Mateo riscatterà, ma solo in parte, il suo comportamento rispetto all'incidente.

La bicicletta arcobaleno passerà nuovamente accanto ad Adù, ma senza che il bimbo la possa toccare- ennesimo simbolo dell'esproprio ai danni di una vita, di un popolo, di un continente. E il viaggio del piccolo troverà un approdo solo temporano, un epilogo provvisorio inadeguato alle speranze di una vita dignitosa.
Il cerchio non si chiude, molte questioni restano aperte. Proprio come in una serie pronta a continuare con i prossimi episodi.
Ma non potremo scoprirli perchè il futuro di quelli come Adù, lontano dalla fiction di una serie tv, è drammaticamente reale. 


Marco Antolini, Modena, 26 Febbraio 2021