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L'uomo dell'Acqua


L’Uomo dell’Acqua cammina lentamente lungo il corso dell’oued, un torrente o canalone in cui stagionalmente scorre, o meglio, scorreva un corso d'acqua. Un corso d’acqua che qui, nel Sahara nigerino, non è più perenne; come tanti altri da molti anni. Si guarda intorno, osserva la vegetazione che cresce ai bordi, ma anche all’interno dell’oued, perché i pochi alberi presenti possono permettergli di capire dove si trova la falda idrica e più o meno a quale profondità.
Lui è l’Uomo dell’Acqua, chiamato a indicare quale potrebbe essere la zona più adatta dove iniziare gli scavi. Una sorta di rabdomante ma senza il tradizionale bastoncino. Fondamentali sono le consultazioni con gli anziani della zona; quelli che conservano la memoria storica della regione. Quelli che hanno sentito parlare dai loro padri e dai padri dei loro padri dove, un tempo, la comunità poteva trovare l’acqua a pochi metri dalla superficie e in cui oggi la si può ancora trovare, a volte, ma molto più in profondità. Inchallah!
Siamo all’inizio di un percorso che porterà alla realizzazione di un pozzo di cui la comunità di Tchinwizni, villaggio a 80 km a nord-est di Agadez nel mezzo del deserto del Sahara, ha disperatamente bisogno.

Tutto però prende il via qualche tempo prima attraverso “l’incrocio, casuale, di due sentieri”. Il primo è rappresentato dall’incontro tra Ousmane Kato, presidente dell’Associazione AFAA, e la “delegazione” di Tchinwizni che lo aveva raggiunto ad Agadez per chiedere il suo intervento, attraverso i contatti nel modo della cooperazione, per risolvere un grave problema che stava deteriorando i rapporti all’interno della loro comunità. I livelli delle falde idriche si vanno sempre più abbassando; le più superficiali si sono già completamente prosciugate. Qui nel deserto del Sahara il cambiamento climatico è estremo; si fa sentire in maniera assoluta e violenta. La carenza d’acqua scatena sempre più spesso contrasti tra chi si dedica all’agricoltura e chi alla pastorizia. La sete prosciuga le gole tanto degli uomini quanto del bestiame.
La ridotta disponibilità idrica impedisce qualsiasi tipo di coltura.

Il secondo “incrocio” è rappresentato dalla richiesta proveniente da un amico che desidera veder realizzato un pozzo nel deserto.
Non un pozzo qualsiasi ma uno da dedicare a Marco Fiaschi, un grande viaggiatore sahariano che ci ha lascito 4 anni fa. Marco sempre pronto a ridere e scherzare quanto a farsi serio e determinato nell’attraversare i più ripidi complessi dunari del Sahara. Marco che con il suo immancabile sigaro stretto tra le labbra aveva percorso tanti chilometri in Africa da meritarsi l’appellativo di “esperto”; titolo che molti millantano ma pochi in realtà meritano. Lui di certo lo meritava.

Ma torniamo ai giorni nostri…
Finito il sopralluogo a Tchinwizni, accompagnato dall’Uomo dell’Acqua, che ha individuato un’area potenzialmente promettente allo scavo, a Ousmane non resta che preparare la relazione dello scouting e il budget da spedire a les italiens il giorno stesso del ritorno ad Agadez. A mia volta invio rapporto post missione e budget a quello che per il momento è ancora un potenziale finanziatore. Come reagirà alla proposta? Subito dopo, via mail, la risposta che mi arriva è questa:

Raggiungo Ousmane via WhatsApp, è il tramonto ad Agadez, e mentre in sottofondo sento il muezzin che invita i fedeli alla preghiera, confermo che può attivarsi per avviare l’allestimento del cantiere e di farlo appena sarà possibile. Il bonifico della prima tranche gli arriverà nel giro di qualche giorno. Inchallah!

Come ogni allestimento di un cantiere per la costruzione di un pozzo si comincia con l’acquisto dei sacchi di cemento e degli attrezzi da lavoro, delle corde, delle carrucole e del gasolio. Poi si contratta il noleggio del compressore e del martello pneumatico “… perché se trovi l’inaspettata e maledetta faglia rocciosa i picconi non servono più”.
Quando nemmeno il martello pneumatico ti permette di avanzare di pochi, polverosi, centimetri al giorno, non resta che passare alla dinamite… con il rischio concreto che collassi tutto lo scavo realizzato sino a quel momento. La cosa più importante sono però gli operai, con quella dose d’esperienza, coraggio ma anche bisogno di un lavoro che li porterà a calarsi con una corda nel buio della terra fin tanto che non troveranno la falda perenne… inchallah!

A oggi i primi 2 scavi realizzati nel mese di gennaio sono stati abbandonati a causa di una faglia di granito che, a circa 10 metri di profondità, impedisce agli operai di andare avanti nemmeno con il martello pneumatico e la dinamite. Quasi come se la terra si volesse opporre al bisogno dell’acqua gelosamente conservata nelle sue profondità. Non resta che spostarsi e fare altri tentativi.
Ousmane mi tranquillizza al telefono "Il n'y a pas de problème... prima o poi la falda la troveremo quella falda!" Io gli rispondo "Inchallah!"


Luca Iotti Modena, 15 febbraio 2021