Una medaglia di sabbia per il primo maggio di Niamey


Nella capitale Niamey il primo di maggio ci sono stati appena un paio di cortei. Le Centrali Sindacali hanno ridotto le festività rituali a causa del Ramadan e del caldo insopportabile di questi giorni. In margine del corteo sono state presentate al ministro dell’impiego e della protezione sociale, Dr. Ibrahim Boukary, la lunga lista delle rivendicazione sindacali. Figuravano: il rispetto delle convenzione dell’Organizzazione Internazionale del lavoro OIT per i lavoratori migranti, i lavoratori domestici, le condizioni di lavoro negli hotel e le violazioni sessiste sui luoghi di lavoro… In antecedenza il ministro aveva provveduto alla decorazione dei lavoratori che, nel luogo di lavoro, hanno dato prova di abnegazione e dedizione. Dodici di loro, dipendenti di società, dell’amministrazione pubblica e privata, sono stati decorati sia con la medaglia di bronzo, d’argento, d’oro e soprattutto la prestigiosa Grande Medaglia d’Oro.

Peccato. Sindacati, ministro e lavoratori hanno perso un’occasione unica per promuovere e lanciare, in forma perenne, l’istituzione della medaglia… di Sabbia, che in fondo è la più nobile e meritata in questo ambito. L’Africa vive di lavoro informale soprattutto perché, qui da noi, è la vita ad essere informale, precaria, provvisoria, quotidianamente sospesa ad un filo (di sabbia). I lavoratori nel ‘formale’ e dunque con regolare contratto di lavoro, sono, nel panorama attuale, un’infima minoranza numerica. Ministeri, ONG, educazione, salute e qualche impresa di costruzioni, oltre alle note industrie per l’estrazione dell’uranio e il petrolio e poco altro, costituiscono il contesto delle rivendicazioni a cui si faceva riferimento sopra. Gli altri no. Sono la stragrande maggioranza e permettono la sopravvivenza di centinaia di migliaia di persone. L’informale non contempla né contratto né salario e si caratterizza per la marginalità.

Lavoro di marginali che vivono passando le frontiere tra un lavoro e l’altro e sanno cogliere l’occasione quando e se si presenta. Nelle mine d’oro che diventano la salvezza economica e la perdita in salute ( e talvolta della vita) per migliaia di giovani e nella partecipazione alla guerra asimmetrica o per procura che si combatte, ormai da anni nel Paese e nel Sahel. E’ uno sbocco lavorativo per alcune migliaia di giovani resi invisibili dall’assenza di politiche serie di formazione e di impiego, specie in zona rurale. La medaglia di sabbia va però anzitutto a loro, gli asini, i dromedari e i buoi che, noncuranti del traffico della capitale, dei semafori a secondi contati, dei taxi che imbarcano in ogni luogo passeggeri e bagagli, sono i veri signori e padroni del traffico. Esercitano un lavoro informale anche se non autonomo. Ad essi dovremmo aggiungere i capri che, avvicinandosi la conclusione del Ramadan, vedono i loro giorni svanire come un soffio al vento.

Ci sono i riparatori di pentole, pantaloni, orologi, antenne paraboliche, radio, cellulari, biciclette, auto, computer, motocicletta, frigorifero, TV, elettrodomestici, fionde, nidi di uccelli, gabbie per il pollame, impianti elettrici, perdite d’acqua nei condotti, gruppi elettrogeni soprattutto nella stagione calda, palloni e partiti politici. Ad ognuno di questi verrà offerta, per diritto costituzionale, una medaglia di sabbia ad imperitura memoria. Le donne non sono da meno e sono specialiste nel nutrire la famiglia, la numerosa prole, le vicine di casa e le occasionali e immancabili visite, dal nulla. Inventano, fabbricano, vendono ghiaccio, acqua fresca, dolcetti lungo la strada, condimenti, piatti tipici, bevande alcoliche, vestiti all’ultimo grido, parrucche e trecce finte che arrivano dall’India o dalla Cina. Sono insuperabili nel trasformare il poco in sufficiente perchè sanno che l’economia reale è quella del quotidiano, fatta di nulla e dunque per tutti.

La tredicesima medaglia, quella di sabbia, sarà destinata anche e soprattutto ai venditori ambulanti. A colui che vende un cigno e una piscina gonfiabili per la stagione secca e vende ombrelli per la corta stagione delle piogge. Passerà più tardi vendendo guinzagli per cani o gabbie per gatti o canarini che nessuno ha mai visto. Se arriverete al crocevia con l’auto  lo vedrete pulire i vetri e domandare dopo qualcosa per la cena. Lo sorprenderete vendere fazzoletti di carta e maschere per la Covid che la polvere del Sahel ha portato lontano. Lo noterete più tardi vendere spiedini lungo la strada con la maglietta della Juve o del Real Madrid.

Mauro Armanino, Niamey, 2 maggio 2021


Padre Mauro Armanino è nato a Chiavari nel 1952. Già operaio e sindacalista della FLM a Casarza Ligure parte come volontario verso la Costa d’Avorio in sostituzione al servizio militare. Viene ordinato prete missionario presso la Società delle Missioni Africane di Genova e diventa cappellano dei giovani in Costa d’Avorio fino al 1990. Dopo alcuni anni a Cordoba in Argentina parte verso la Liberia dove resta per sette anni. Qui conosce la guerra e i campi di rifugiati. Al ritorno da questa esperienza opera nel centro storico a Genova coi migranti e come volontario nel carcere di Marassi per gli stranieri. Da oltre dieci anni si trova a Niamey, capitale del Niger, per attività formative a favore dei migranti.