Contenuto non trovato

Rivolte informali del Sahel


Si chiama Mohamedjiman Traoré ed è originario della Guinea Conakry.
Anche Sekou Touré, il secolo passato, aveva gridato un clamoroso no alla proposta francese di continuare la colonizzazione del Paese sotto mentite spoglie.
Traoré ha il suo profilo ‘Facebook’ e si trova a Niamey, la capitale del Niger, ormai da nove mesi, il tempo di una rinascita. Non sarebbe la prima perché lui è nato e morto varie volte prima di approdare al nome col quale si definisce: l’uomo che dice tutto. Lui, apprendista autista di camion coi cinesi nel suo paese e poi con la licenza in regola per guidarli alle cave di granito.
Quest’ultimo è un ottimo elemento di costruzione per l’interminabile crescita edilizia della Cina popolare. Si sentiva maltrattato e, in fondo, schiavo nel suo Paese di origine.

Alcuni amici suoi, emigrati da qualche tempo in Algeria, lo invitano a raggiungerlo per profittare delle ricchezze del Paese e cercare altrove ciò che a casa non poteva trovare. Traoré lavora per qualche anno ad Abidjan nel porto, scaricando casse di pesci e si lascia infine convincere per passare il Sahara, il mare di sabbia, per raggiungere infine ad Algeri gli amici che insistono perché vada. Parte dunque per il Mali e giunto alla storica città di Gao è, come avrebbe dovuto prevedere, viene derubato, minacciato e detenuto. Riparte su un pick-up in cui si trovavano in 18, donne e bambini inclusi. Dopo aver riparato un guasto che li aveva bloccati alla frontiera con l’Algeria per alcuni giorni, possono continuare il viaggio per raggiungere infine, a piedi gli ultimi chilometri di notte, la citta di Tamanrasset, guidati dalle luci di una cittadina adiacente. Da lì arriva in seguito nella città di Gardaia dove lavora  per alcune settimane in cantieri edili con lo scopo di raggiungere la capitale Algeri. 

Degli amici che lo avevano invitato a raggiungerlo non esistono tracce alcune. Impara il mestiere di calzolaio che esercita per qualche mese e si lancia poi nell’ambito, molto più redditizio, delle costruzioni. Gli incidenti sul lavoro, anche mortali non mancano e Traoré, l’uomo che comincia ‘ a dire tutto’, contatta il suo consolato e i ‘capi’ delle varie nazionalità operanti ad Algeri.
Era inaccettabile che non si sapesse l’identità di coloro che morivano a causa di incidenti sul lavoro e non informare le famiglie dell’accaduto nei rispettivi Paesi di origine.

Ha un bimbo, di nome Yacouba, con una signora di nazionalità camerunese e, nel 2016, è preso dalla polizia in strada, a poche decine di metri da casa. Senza poter informare la mamma del bimbo dell’accaduto e coi soli abiti che portava addosso, è condotto e poi detenuto in una sorta di centro a Tamanrasset, battezzato familiarmente ‘Guantanamo’. Si accorge subito che qualcosa non quadra perché apparentemente gode di un trattamento di favore, ad esempio col cibo. 

Teme di essere avvelenato perché, nel frattempo, ha cominciato a denunciare, con nomi, cognomi e foto sui media, i‘passeurs che speculano sulla vita dei migranti e delle ragazze in particolare. Le donne, per rimborsare ‘vendita’ da uno all’altro dei passeurs , sono costrette a prostituirsi agli altri migranti, alle forze dell’ordine e ad altri occasionali ‘clienti’ del posto. Per gli uomini il sistema è più diretto e meno sofisticato. Sono torturati e le foto inviate ai genitori o parenti prossimi perché paghino il loro riscatto e siano finalmente lasciati al loro destino. Traoré si informa e denuncia questi ‘commerci’ umani e i loro autori sui mezzi di comunicazione. Questo è un grande rischio.

 ‘All’uomo che dice tutto’ non resta che abbandonare il luogo. Rifiuta la falsa promessa della polizia algerina di portarlo sano e salvo di ritorno ad Algeri e si imbarca con gli altri migranti espulsi dal Paese fino alla frontiera col Niger, Assamaka. Raggiunge Arlit, città nata dalla scoperta e lo sfruttamento dell’uranio per la Francia e resta per qualche settimana ad Agadez, uno dei centri di tutti traffici del Sahel e del Sahara. Nel frattempo le sue denunce pubbliche non sono scese invano e varie persone, implicate in attività di tipo mafioso, sono state arrestate (e poi rilasciate dietro compenso) nel suo Paese. Tramite l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, OIM, raggiunge Niamey l’anno scorso e, per motivi di sicurezza, si rifugia presso un amico della comunità camerunese, tra le più numerose tra i migranti. L’uomo che dice tutto ha cercato di tornare, invano, al Paese di origine. Le frontiere ufficialmente chiuse a causa del Covid, un malessere nel vicino Burkina Faso e i soliti abusi degli agenti l’hanno spogliato di tutto.
Solo gli rimane incollato per sempre, come unica e reale rivolta politica, il coraggio della verità.


Padre Mauro Armanino Niamey, 24 gennaio 2021

Padre Mauro Armanino è nato a Chiavari nel 1952. Già operaio e sindacalista della FLM a Casarza Ligure parte come volontario verso la Costa d’Avorio in sostituzione al servizio militare. Viene ordinato prete missionario presso la Società delle Missioni Africane di Genova e diventa cappellano dei giovani in Costa d’Avorio fino al 1990. Dopo alcuni anni a Cordoba in Argentina parte verso la Liberia dove resta per sette anni. Qui conosce la guerra e i campi di rifugiati. Al ritorno da questa esperienza opera nel centro storico a Genova coi migranti e come volontario nel carcere di Marassi per gli stranieri. Da oltre dieci anni si trova a Niamey, capitale del Niger, per attività formative a favore dei migranti.